IN VIGORE LO STORICO ACCORDO DELL’ONU SULL’ALTO MARE
Dopo vent’anni entra in vigore lo storico accordo BBNJ delle Nazioni Unite sulla tutela dell’oceano e della biodiversità marina. Tra le ratifiche assenti, quella dell’Italia
Dopo 20 anni di negoziati e il superamento, lo scorso settembre, delle 60 ratifiche necessarie, entra in vigore il trattato dell’Organizzazione delle Nazioni Unite sulla protezione dell’oceano e della biodiversità marina. Questo accordo segna un passaggio di rilievo nella storia della cooperazione internazionale e la sua principale peculiarità si trova già nel nome stesso. L’accordo BBNJ (Biodiversity Beyond National Jurisdiction) dota infatti, per la prima volta, la comunità globale di un quadro giuridico vincolante per la tutela della biodiversità marina nelle aree al di fuori delle giurisdizioni nazionali, che rappresentano circa il 60% della superficie oceanica mondiale. Parliamo di uno degli spazi più estesi e, fino ad ora, meno regolamentati del pianeta, considerato da sempre come una sorta di “far west” giuridico.
Questo accordo colma, in parte, un vuoto normativo che ha favorito per anni lo sfruttamento incontrollato degli oceani. L’obiettivo dichiarato (proteggere almeno il 30% dei mari entro il 2030 attraverso una rete di Aree Marine Protette) è in linea con le più recenti evidenze scientifiche sulla necessità di preservare gli ecosistemi naturali nella lotta alla Crisi Climatica.

Secondo i dati consolidati della comunità scientifica, gli oceani assorbono oltre il 90% del calore in eccesso generato dall’aumento delle temperature globali e circa il 25–30% delle emissioni antropiche di anidride carbonica. Tuttavia, l’aumento dell’acidificazione, la perdita di habitat e il collasso della popolazione marina a causa dell’azione dell’uomo non solo stanno progressivamente compromettendo questa capacità di assorbimento, ma stanno instaurando una serie di effetti a catena gravi e non facilmente reversibili. In questo contesto, tanto quanto la riduzione delle emissioni legate all’allevamento intensivo di carne terrestre (tra i principali responsabili di una quota significativa dei gas serra globali) diventa fondamentale la lotta alla pesca e all’itticoltura, spesso posta in secondo piano, con l’intenzione di ritardare e impedire opere di transizione sostenibile dei sistemi attuali.
La pesca industriale intensiva, il degrado dei fondali e la distruzione di ecosistemi chiave come le praterie di fanerogame e le barriere coralline contribuiscono direttamente alla perdita di capacità di assorbimento degli oceani. Per quanto ignorata e sottovalutata dal dibattito politico, questa resta una fattualità ampiamente consolidata dalla comunità scientifica.

Il Trattato BBNJ (conosciuto come trattato sull’Alto Mare) si inserisce dunque in piena coerenza con le indicazioni più recenti dell’IPCC, che riconosce esplicitamente la protezione e il ripristino degli ecosistemi oceanici come elementi essenziali sia per la mitigazione sia per l’adattamento alla Crisi Climatica. L’accordo rafforza le valutazioni di impatto ambientale per le attività in alto mare, promuove la cooperazione scientifica internazionale e introduce criteri più equi per la condivisione dei benefici derivanti dalle risorse marine.
In questo contesto, l’accordo rappresenta una svolta non solo giuridica, ma politica. Proprio per questo, l’assenza dell’Italia tra i Paesi che hanno già ratificato il trattato appare ingiustificabile. Per una nazione con oltre ottomila chilometri di coste, ma con meno dell’1% delle sue acque effettivamente protette da misure di conservazione pienamente operative, questo ritardo nella ratifica non è un dettaglio burocratico, ma una mancanza di coerenza rispetto agli impegni dichiarati in sede internazionale. E la nostra situazione nazionale rende questa contraddizione ancora più evidente. Le Aree Marine Protette esistenti sono spesso frammentate, sotto finanziate e prive di strumenti adeguati di monitoraggio e controllo, il che ci colloca lontani dagli obiettivi europei e globali.
“The ocean is the ultimate shared resource. But we are failing it.”
(L’oceano è la risorsa condivisa per eccellenza. Ma lo stiamo deludendo.)– António Guterres (Segretario Generale delle Nazioni Unite)
Nel complesso, non si possono comunque omettere i diversi limiti che il trattato BBNJ presenta: l’applicazione delle norme è debole perché manca un’autorità centrale di controllo sull’alto mare, è giuridicamente vincolante solo per gli Stati che lo ratificano, le procedure per istituire aree marine protette sono lente e complesse, i meccanismi sanzionatori sono poco incisivi, la condivisione dei benefici delle risorse genetiche marine resta poco chiara ed esiste il rischio che la protezione rimanga soprattutto formale, senza effetti concreti sullo stato degli ecosistemi marini.
Questo trattato resta, nondimeno, un passaggio fondamentale. Offre agli Stati, inclusa l’Italia, l’opportunità di allineare politiche ambientali, climatiche e marittime sulla base delle evidenze scientifiche. Ma per essere veramente incisivo dipende strettamente dalla cooperazione internazionale e la volontà politica dei diversi Stati. Rimandarne l’attuazione significherebbe ignorare un dato ormai incontrovertibile: non c’è lotta climatica coerente, senza una strategia di protezione degli oceani.
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Fonte immagini: NOAA Photo Library / CC BY 2.0), Economia Circolare



