TURBO MOKA: IL DRAMMA DI ATTENDERE UNA TAZZA DI CAFFÈ
La nuova “Turbo Moka” rappresenta molto più che innovazione: è la risposta plastica di una società che non sa più attendere
Ricordo da bambino, alzarmi in punta di piedi verso il bancone della cucina, cercando maldestramente di riempire quella vecchia moka della Bialetti, il macinato che si sparpagliava intorno alla base. E poi aspettare, mentre il profumo riempiva la stanza, attendere il gorgoglio sul fuoco mentre sfregavo tra le dita i piccoli grani rimasti attaccati. Per molti di noi cresciuti in Italia, il caffè ha fatto parte della nostra quotidianità molto prima che iniziassimo a berlo, e continua tutt’ora ad accompagnarci nella nostra vita.
E adesso, al prezzo di “soli” 85,00 € nasce la Turbo Moka, che grazie ad una massimo contatto di fiamma e superficie, in meno di 2 minuti prepara 3 tazze di caffè, offrendo massima efficienza. L’idea nasce in Piemonte e la produzione resta totalmente italiana. Il design è accattivante, elegante e fa onore alla tradizionale moka, con uno sguardo alla sostenibilità. Che il prodotto sia ottimo e ben ideato, è innegabile. Ma la questione non è se esso sia ottimo, ma piuttosto se ci serva e, soprattutto, quale sia il suo scopo e a quale esigenza vada a rispondere.

L’azienda “crede nel preservare la tradizione, ripensando al tempo stesso al modo in cui si adatta al futuro”. Preservare e futuro posso stare nella stessa frase? Io credo che non solo possono, debbono. Ma cosa vogliamo preservare della tradizione? A quale futuro ci vogliamo adattare?
Qui stanno tutte le differenze. Ed è proprio qui che la Turbo Moka rappresenta plasticamente il dramma dell’oggi, dove anche chi già nella frenesia è nato guarda con nostalgia ad un passato così vicino eppure così lontano da noi. Non tanto per non averlo vissuto, ma per l’ineluttabile certezza di non poterlo vivere più.
Rincorriamo un lento passato per provare qualcosa, ma esigendo che esso si basi su velocità, efficienza e facilità. Il dramma sta nella risposta, non nel problema. Cosa rende quel passato diverso dal nostro presente? Perché se quello che vogliamo preservare del caffè alla moka è solo la sua manualità, non abbiamo capito niente. O quasi. Il dono del caffè è l’attesa. È l’attesa che crea spazio. Quello spazio per soltanto parlare con le persone con cui si è appena condiviso un pasto. Quello spazio per districare i pensieri.
Per decidere e mettere in dubbio. Quello spazio, vuoto e determinato, dell’attendere un caffè. La risposta, così banale eppure così complessa, è che se vogliamo sentire ancora qualcosa, forse dobbiamo smettere di eliminare qualsiasi attesa. O riempirla con altro. Perché meno ci abituiamo al tempo non programmato, più difficile sarà accorgersi delle possibilità che cela. Con la Turbo Moka guadagnamo tempo, ma perdiamo quell’attesa che tutto può, perché non è ancora niente. Per cui proviamo, lentamente, a mettere da parte cialde e macchina del caffè per tirare fuori quella decennale moka, che da piccoli aspettava sempre a lato del lavandino.
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Fonte immagini: Turbo Moka, Fondazione Veronesi



