UNIONE EUROPEA: CANE DELLA GUERRA O FARO DI PACE?
Dove l’alleato a stelle e strisce sostiene la legge del più forte, l’UE è chiamata a scegliere se accodarsi o creare un’alternativa
C’è una frattura che attraversa l’Occidente e che l’Unione Europea continua a fingere di non vedere. Non è solo politica, né soltanto strategica. Non è casuale, ma voluta, in quanto frattura di visioni e idee di mondo. Gli Stati Uniti, oggi più che mai, si muovono secondo una logica di potenza e supremazia che poco ha a che fare con l’ordine multilaterale e il primato della pace su cui l’UE ha costruito la propria identità dopo la Seconda guerra mondiale. Ma quest’ultima, invece di interrogarsi, giustifica.
La politica estera americana ha progressivamente imposto il linguaggio della forza su quello della diplomazia. Attacchi militari, operazioni preventive, minacce esplicite e implicite sono diventate normalità. Già durante il primo mandato di Donald Trump questa tendenza era evidente, come dimostrano gli innumerevoli interventi armati in paesi come Siria, Iraq, Yemen, Afghanistan, Somalia e Pakistan.

Non si è trattato di episodi isolati, ma di una prassi strutturale. Missili, droni, bombardamenti, raid di forze speciali, spesso senza mandato internazionale chiaro e con gravi violazioni del diritto internazionale. Eppure, da Bruxelles e dalle principali capitali europee, la reazione è stata quasi sempre il silenzio.
Ancora più inquietante è ciò che accade oggi. Anche senza scomodare il primo mandato trumpiano, dal gennaio 2025 le azioni militari USA sono state accolte in Europa se non con complicità dell’UE, con accettazione: così è accaduto tra marzo e maggio in Yemen, a giugno in Iran, a dicembre in Nigeria fino all’escalation in Venezuela culminata poche settimane fa nell’operazione “Absolute Resolve”.
A questo si aggiungono i $901 miliardi in armamenti nel bilancio 2026 dell’amministrazione Trump, che punta a un aumento di +$1,5 trilioni per il 2027. Anche in UE, il bilancio complessivo della difesa previsto per il 2025 è quasi raddoppiato rispetto a prima del 2022 (stimato un +62,8% tra 2020 e 2025). Un’altra prova della direzione che l’Unione Europea sta prendendo è il “ReArm Europe”, che mira a mobilitare fino a €800 miliardi in spesa difensiva entro il 2030.

Sono azioni ben lontane dall’idea europea di mondo, quella a cui diciamo di essere abituati spesso più a parole che nei fatti. L’idea di Unione Europea nasceva da un presupposto radicalmente nuovo: mai più la forza come strumento ordinario della politica. Nei documenti fondativi, scritti all’ombra delle macerie della guerra, c’era la consapevolezza che l’indipendenza europea non potesse che passare dal superamento delle sfere di influenza e da un’autonomia reale rispetto alle grandi potenze. L’UE doveva essere un laboratorio politico, non un vassallo geopolitico.
Per decenni, l’Unione è stata, o forse ha creduto di essere, un faro di pace, diplomazia e democrazia. Ma è nelle crisi che si misura la tenuta dei valori. Ed oggi, davanti a un “alleato” segnato da pulsioni neocoloniali, da una visione del mondo novecentesca e da una rinnovata megalomania imperiale, l’UE mostra tutte le sue crepe. L’aumento dei conflitti in cui siamo coinvolti, la crescita dei nazionalismi e la centralità sempre maggiore dell’industria bellica nei PIL europei ne sono un esempio concreto.
A dimostrazione di ciò, si aggiunge la pressione degli USA sui paesi NATO, affinché alzassero la loro spesa al 5% del PIL. La Spagna è stato l’unico paese a non accettare le condizioni imposte dagli USA, a caro prezzo: Trump ha definito la posizione di Madrid “terribile” collegando questa critica a possibili conseguenze economiche e affermando che, negli accordi con gli USA, la Spagna avrebbe dovuto “pagare due volte tanto”. Il presidente ha suggerito inoltre che la Spagna potrebbe essere espulsa dalla NATO in quanto non allineata.

E ancora una volta i paesi europei sono rimasti a guardare. Un’Unione più che mai divisa, che invece di discutere di federalismo ed esercito unico come valide alternative per un futuro diverso, si allinea a una logica che ne svuota il senso stesso. Ma il deterioramento del rapporto con gli USA non si ferma alle parole. È già fattuale: Minacce diplomatiche, pressioni economiche e dazi che colpiscono direttamente le economie europee. Da settembre 2025, questi ultimi raggiungono infatti il 15% sui principali prodotti di importazione UE e le conseguenze sono dolorosissime: la riduzione delle esportazioni e le conseguenti perdite del PIL UE (potenzialmente dal 0,3% al 0,5%), l’aumento dei prezzi al consumo e sempre più delocalizzazioni stanno colpendo duramente la nostra economia.
La relazione transatlantica non è più una partnership tra eguali, se mai lo sia veramente stata, ma sempre più un rapporto asimmetrico in cui l’UE accetta di pagare il prezzo della fedeltà.Come in ogni crisi, c’è un punto di non ritorno. L’UE deve scegliere se affidarsi alla via che sta imboccando, competendo nella legge del più forte e conquistandosi un posto tra le superpotenze in gioco; oppure rifiutare questa dinamica alla radice. Il compito europeo non è vincere il gioco della forza, ma cambiarne le regole. Creare e indicare un’alternativa, fuori dalle sfere di influenza, anche a costo di conflitti diplomatici con lo storico “alleato” a stelle e strisce. L’Unione Europea ha la responsabilità di ricordare che un altro linguaggio, oltre a quello della guerra, esiste.
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Fonte immagini: Volerelaluna, Radio Città Fujiko, TurDef, Il Fatto Quotidiano



